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Santi, peccati e peccatori

La quotidianità del sacro

Galleria Federico Rui | Milano | 07/02/2013 - 15/03/2013

Il 7 febbraio, alla galleria Federico Rui Arte Contemporanea di Milano, si inaugura la mostra “Santi, peccati e peccatori”, con opere di Andrea Mariconti, Angela Loveday, Gianluca Chiodi, Giovanni Gasparro ed Enrico Robusti, introdotta da un testo di Silvia Bottani. Cinque artisti si confrontano sulla quotidianità del sacro e sulla sottile linea di demarcazione tra santi e peccatori, duplice veste che risiede in ognuno di noi. Andrea Mariconti (Lodi, 1978) presenta “Ambarvalia”, un’opera ispirata a riti che si tenevano nell’antica Roma per propiziare la fertilità dei campi, oggi ancora in uso in alcune località del Nord Italia: una processione che trae origini da celebrazioni laiche e che è stata ripresa in tempi successivi anche dal cristianesimo. In termini contemporanei può essere assimilata a una scena di vita sociale, con radici che affondano nel Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Giovanni Gasparro (Bari, 1983) ha da poco terminato un corpus di dpinti che hanno trovato collocazione nella chiesa di San Giuseppe a L’Aquila, da poco restaurata e riconsegnata alla città dopo il sisma di tre anni fa. In mostra, oltre a due piccoli studi di Santi (San Biagio Vescovo e San Marco Evangelista), verrà presentato il dittico “Stabat Mater dolorosa – Juxta Crucem lacrimosa”, opera che sovverte la materialità del corpo per raccontarne l’anima, in un ideale percorso di tensione trascendente. Angela Loveday (Marostica, 1984) propone nelle sue immagini visionarie e simboliche un’estetica che deriva dal suo interesse per la filosofia e l’esoterismo. La femminilità viene esplorata per raccontare rabbia, dolore, rassegnazione, isteria, amore, odio, repulsione, perdono, nostalgia, lussuria. Tutti stati d’animo che si fondono in una ricerca fotografica tra realtà e finzione. Gianluca Chiodi (Edolo, 1966) lavora a metà strada tra la fotografia e la pittura. L’immagine, dapprima studiata e realizzata fotograficamente subisce interventi a encausto (l’antica tecnica dell’affresco) che modificano ed esaltano luci e colori. “Ancora e per sempre” richiama canoni classici, che vanno dalla composizione del Mantegna e arrivano alla luce di Caravaggio. Ma le figure sono contemporanee: una Venere nera viene compianta da un uomo ammanettato, incapace di ribellarsi o cambiare lo stato delle cose. “Santa Monica” ci riporta invece al tema della Madonna, intesa come Madre prima educatrice di tutti i figli: viene rappresentata incinta del primogenito Sant’Agostino e – come lui stesso racconta nelle sue Confessioni – “bevve il nome di Gesù insieme al latte materno”, una sorta di imprimatur che ogni madre è in grado di donare. Enrico Robusti (Parma, 1956) inventa prospettive che rendono lo spettatore parte integrante dell’opera. Una pittura cruda, irriverente, ironica che racconta alcuni peccati che accompagnano la vita quotidiana, come nel caso del “Fumatore” o del “più che ineffabile mi definirei stronzo”. Disegni che raccontano una società di cui si è parte integrante da cui non ci si può e non ci si vuole staccare.