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Miradar

Confini di sopravvivenza

Ilaria Mavilla, Feltrinelli 2012, Euro 12

“Via dei Confini collegava Campi Bisenzio a Prato.” Un incipit da verbale della benemerita, con l’imperfetto da fiaba o da gendarme. Pure credo abbia contribuito non poco a far vincere a Ilaria Mavilla il concorso nazionale “Ilmioesordio”, ideato dall’editoriale L’Espresso, in simbiosi con Feltrinelli, che ha pubblicato, ora, “Miradar” il romanzo giudicato migliore tra migliaia. L’approccio, in effetti, fluisce in altre nove righe che congelano scena, storia, atmosfera con implacabile efficacia, giustificando, quasi, stile balbettio, anche il titolo: prologo inserito già nel primo dei ventidue capitoli che spalmano sui diversi fuochi delle lenti delle cinque voci narranti, tutte in prima persona, la meccanica del racconto. Ossatura tecnica consolidata, meritava un più ampio respiro; Margherita, Marilù, Barbara, Sugar (unico gene x) e Clarissa portano troppo serratamente in porto il loro limpido carico di archetipi, soprattutto in quel contesto geometrico così ben sforbiciato dal capoverso iniziale. Sperimentarlo è facile: basta leggere di seguito la trama d’ogni singolo nome, per accorgersi che l’impianto regge solo per l’intreccio. Limite o pregio ? Ardirebbe, univoca risposta, illegale pretesa di conoscere l’esatto disegno originario dell’autrice. Che siccome scrive anche per teatro e cinema, ci piace, ab initio, accreditare dell’intenzione. Perché poi, scomponendo e ricomponendo, nel libro c’è tutta la videata dello sgangherato mondo di quella che solo ieri l’altro era la sana, dissacrante provincia italiana. Le cinque esistenze sono scafi alla deriva ma non sono borderline; sono terribilmente ordinari nei loro drammi, nei loro sogni felliniani, nel loro respirare mozzichi d’aria scippati (se non presi a prestito) all’apnea. Ecco, qui, l’Ilaria avrebbe potuto (dovuto), cinicamente, spargere più sale sulle ferite, assecondare la biologia della palude; ma porgersi, già all’esordio, invulnerabile alla sospesa mano di pietà sarebbe stato da Nobel. (Alessandro Spaziani)