Di Sosta in sosta

Dove Mangiare

Le Vigne

Osteria con cucina

Ripa di Porta Ticinese, 61 - 20143  Milano
Le VigneLe Vigne

“Cara, scriverà sulle tovaglie dei Navigli, quanta gioia, quanti giorni, quanti sbagli, quanto freddo nei polmoni, che dolore, non è niente, non è niente, lascia stare” cantava qualche anno fa – tra un omaggio a Piero Manzoni e un riff piacevolmente distorto – un ispirato Francesco Bianconi, ugola e mente dei Baustelle. Sette anni dopo, stesso posto: Ripa di Porta Ticinese, Naviglio Grande. A Milano c’è ancora un romantico “che canta le canzoni della mala”, ma sulle tovaglie di carta dell’osteria Le Vigne non ci scrive più, ci mangia. Sono trascorse poche primavere da quando Roberto De Feudis e sua moglie Angela, ristoratori di lungo corso, hanno ripreso il loro storico locale. Proprio qui, nel cuore della vita notturna, tra decine di locali alla moda (a volte troppo alla moda), i due sono tornati a diffondere il verbo di una cucina autentica.
Mensole sovraccariche di bottiglie impolverate che hanno sfidato Crono e, se solo potessero parlare, ne racconterebbero di storie, la vecchia insegna “Ostaria delle Vigne”, un arco in mattoncini rossi, malinconiche fotografie in bianco e nero e qualche targa pubblicitaria dei tempi che furono. Coca-Cola, Cinzano, un rarissimo “Crodo, acqua minerale e aranciata” che farebbe la gioia del più stravagante collezionista di memorabilia. E poi tavoli di legno, sedie impagliate e tovaglie di carta, appunto. L’ambiente è caldo, per nulla formale. La cantina è ben fornita, i ricarichi dei vini sono onesti e non mancano, per i virtuosi dell’etilometro, le mezze bottiglie e una dozzina di proposte al calice. Roberto, dal pelo ingrigito a suon di comande e un baffo celtico che vira sul rossiccio, si alterna tra la cucina e le due salette. Severo nei modi, apparentemente imbronciato, incomprensibilmente silenzioso. Nessuna battuta da oste, nessuno spettacolo; del resto non siamo agli Arcimboldi. I sorrisi Roberto li riserva tutti ai suoi piatti.
Sì, i piatti. Perché Le Vigne è un’osteria “con cucina regionale e stagionale”: diverse sono infatti le malie gastronomiche di una carta che si rinnova costantemente seguendo il ritmo delle stagioni. Insalata di puntarelle e acciughe con scaglie di pecorino; burratina – che tradisce le origini pugliesi di Angela – su pane carasau con carciofini sott’olio, pomodori secchi e lampascioni; galletto ripieno di lardo e castagne con trevisana all’aceto; una consigliatissima terrina di aringa, cipollotti stufati e mela caramellata su salsa di olive nere (nella foto). Così, come scrivono, “tanto per gradire”, in attesa dei primi piatti che non tardano ad arrivare. Piccola lasagna alla Valtellinese; zuppa di cipolla alla francese gratinata al forno; tagliolini freschi con alici, carciofi e pesto di finocchietto selvatico e un risotto zafferano e croccanti animelle di agnello, dalla cottura impeccabile e i profumi sinesteticamente polifonici.
Ottima materia prima, gusto equilibrato e tanto estro che non eccede mai in inutili effetti scenici. A Le Vigne si predilige la sostanza. Così come nei secondi piatti: cassoeula con polenta; parmigiana di cardo e gorgonzola con insalata di pomodorini; la “vera” cotoletta di vitello alla milanese con patate al forno; guanciale di vitello con purè di patate e fondo di prosciutto e un magistrale stinco di maialino da latte croccante, cotto dodici ore a bassa temperatura e servito con indivia e una sferzante purea di mele e cardamomo che sgrassa e rinfresca la bocca. A seguire un ricco carrello dei formaggi – che rivela curiosità e competenza e che è valso alla coppia numerosi riconoscimenti – e i dessert. Su tutti, una doppia mousse di castagne e cachi con salsa al cioccolato e briciole di meringhe. E, perché no, un buon digestivo (magari una Barbera chinata Bussia Soprana) che Roberto è sempre lieto di offrire alla fine di un pasto i cui prezzi – alla faccia dello spread – sono da ritenersi più che ragionevoli.  (Massimo Roscia)