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Laura Giardino. So quiet…

Amore e morte

Galleria Area B | Milano | 22/01/2013 - 09/03/2013

È una dimensione immobile, lo scatto di un momento fuori dal tempo e libero da storie predefinite quella in cui si collocano le opere di So Quiet…, attraversate da un nonsense semantico di forte significato. Nell’ambivalenza tra Eros e Thanatos, firma concettuale che pervade quasi ossessivamente tutta la mostra, troviamo l’assillo per una dicotomia – amore e morte, appunto – espressa attraverso modalità diverse, sempre molto sofisticate. L’elemento paesaggistico, che appare in un primo momento il protagonista assoluto della scena, lascia invece spazio alla figura umana, quasi esclusivamente femminile e vero perno della narrazione, immobile nel preciso e meraviglioso istante dell’attesa, oppure nell’attimo che viene “subito dopo”, quell’immediato momento in cui tutto è già successo. Che si tratti di attimi di piacere – suggerito anche da scene di raffinatissimo bondage – o di tragedie appena consumate, lo spazio dato ai protagonisti genera differenti livelli narrativi, che si intrecciano in maniera indissolubile, in una varietà di interpretazioni che solo l’osservatore può decodificare. Gli interpreti delle opere offrono un senso che solo lo spettatore può ricercare, anche al di fuori dell’opera stessa. Qualsiasi interpretazione è possibile, anche nessuna.  Ed è proprio la figura umana, capace di rendere sospesa la narrazione; saranno momenti di estasi estrema, oppure di tragedia annunciata? Si tratta di una donna attenta alle faccende domestiche, che pulisce casa portando in cortile i rifiuti della spazzatura, oppure una psicopatica che trascina fuori un cadavere in un sacco nero? In So Quiet…, il taglio formale delle immagini realizzate e l’uso dei colori freddi che a volte si avvicinano addirittura al monocromo, esplicitano l’influenza della cultura cinematografica degli anni ’60, ’70 e ‘80 e l’attenzione dell’immagine fotografica su fanzine, flyer, serigrafie, copertine di dischi, manifesti e immagini pubblicitarie del periodo. Le opere, intriganti aperture sulla vita delle protagoniste, regalano  paesaggi e interni immobili, asfittici, dove è assente qualsiasi movimento che rimandi alla vita oltre quell’istante preciso, con suggestioni che possono richiamare la produzione più nota di Edward Hopper, o la dimensione provinciale  rassicurante di Bill Owens, o, come suggerisce Igor Zanti “gli accenti   padani caratteristici della poetica di Pupi Avati che si fondono, infrangendosi  nella loro cristallina unità,  con elementi umani che  emergono dalla timidezza del nascondimento, nella loro forzata immobilità”.